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Lampade a raggi UV: i rischi derivanti da un uso non corretto

La pandemia causata dal Covid-19 ha determinato un importante aumento delle vendite delle lampade germicide a raggi UV ad uso domestico, impiegate per sanificare oggetti, aria e superfici. Spesso però tali apparecchiature non sono accompagnate da informazioni sufficienti a garantire l’uso in sicurezza e l’efficacia germicida.

I rischi derivanti da un uso non corretto

Le lampade germicide sfruttano la capacità della radiazione UV-C generata, caratterizzata da una lunghezza d’onda compresa tra 280 e 100 nm, di uccidere i batteri e rendere inattivi i virus.

È bene però ricordare che un uso non corretto, non solo può rendere il trattamento germicida inefficace, ma può anche causare seri danni alla salute.

L’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) ha, infatti, classificato la radiazione UV, in tutte le sue componenti UV-A (400 nm – 315 nm), UV-B (315 nm – 280 nm) ed UV-C (280 nm – 100 nm), nel Gruppo 1 come agente certamente cancerogeno per l’uomo.

L’esposizione alle radiazioni UV-C è in grado di causare seri danni sia alla pelle che agli occhi. Un’esposizione accidentale alle radiazioni emesse dalle lampade germicide può causare irritazioni, eritemi, fino ad arrivare a vere e proprie ustioni, importanti forme di fotocheratite e infiammazione della cornea, anche a seguito di brevi esposizioni.

Tanto che l’Istituto Superiore della Sanità, nel Rapporto ISS COVID-19 n. 12/2021, sconsiglia l’utilizzo di lampade UV-C per impiego non professionale.

Senza contare che, se la lampada non viene utilizzata correttamente, risulta completamente inefficace nella sua funzione germicida: ad esempio, se la lampada risulta coperta da polvere o sporcizia oppure se i virus o i batteri non sono direttamente esposti alla radiazione perché incorporati in una superficie porosa o essi stessi coperti da polvere, la radiazione UV emessa non è in grado di renderli inattivi.

Leggi e norme applicabili

Sui luoghi di lavoro l’esposizione alle radiazioni è normata al capo V del Titolo VIII del D.Lgs. 81/08, che definisce anche, all’interno dell’allegato XXXVII, i limiti di esposizione per le radiazioni ottiche non coerenti.

Per quanto concerne, invece, le disposizioni volontarie, la norma specifica di riferimento è la CEI EN 62471, che recepisce la IEC 62471(2006) “Photobiological safety of lamps and lamp systems”; la norma rappresenta una guida per valutare il livello di sicurezza fotobiologica delle lampade.

Inoltre, lo standard UNI EN ISO 15858 (2016) “Dispositivi UV-C – informazioni sulla sicurezza – limiti ammissibili per l’esposizione umana” definisce i requisiti minimi di sicurezza umana per l’uso di dispositivi con lampada UV-C e si applica a tutti quei dispositivi che possono causare un rischio di esposizione per l’uomo alle radiazioni UV-C, eccetto ai sistemi UV-C utilizzati per la disinfezione dell’acqua.

Si tratta quindi di dispositivi cui prestare moltissima attenzione, sia in relazione al fatto che, essendo spesso inefficaci, generano un falso senso di sicurezza, potenzialmente molto pericoloso, sia in relazione ai danni che potrebbero causare sulla salute degli utilizzatori.

Fonte: Ministero della Salute – “Corretto utilizzo delle lampade germicide a raggi ultravioletti”

Consultant Senior Safety and Environment

Korecon italia

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