Ambiente

Agricoltura naturale – L’agricoltura del “non fare”

Già dagli anni ’40 l’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka ha introdotto il concetto di “agricoltura naturale”, ovvero l’agricoltura basata sui tempi e sulle regole della natura, riducendo al minimo indispensabile il contributo dell’uomo.

Il principio dell’agricoltura naturale

Come dice la parola, il principio fondamentale si basa sul concetto che la natura, di per sé, è in grado di creare degli equilibri perfetti.

Il coinvolgimento dell’uomo in questo processo, infatti, sarebbe limitato alle fasi di semina e raccolta, senza nessuna interferenza legata all’aratura, alla concimazione ed alla disinfestazione; proprio da qui nasce il nome di agricoltura del “non fare”.

Chi fa da sé fa per tre

Ecco come, in modo del tutto autonomo, la natura provvede alle fasi che, in agricoltura “classica”, vengono effettuate mediante il lavoro dell’uomo:

aratura: la terra non deve essere smossa in modo meccanico, ma ci penserà l’azione di microrganismi, piccoli animali quali i lombrichi e l’attività di penetrazione delle radici;

concimazione: è una fase che non viene effettuata con l’aggiunta di composti chimici ma si lascia che la terra, mantenuta inalterata, possa conservare le proprie caratteristiche. L’unico contributo dell’uomo, in questo caso, potrebbe essere la falciatura dell’erba, che verrebbe però lasciata a terra in modo che degradandosi in seguito all’azione delle piogge, faccia da pacciamatura arricchendo il terreno;

disinfestazione: nessun insetticida o diserbante viene utilizzato a protezione delle colture. Le “erbacce” non vengono estirpate ma controllate, con lo scopo di creare un habitat favorevole per insetti “buoni” che, colonizzando la coltivazione, la proteggono da parassiti e insetti dannosi.

I vantaggi

Il principale vantaggio dell’applicazione di questo tipo di agricoltura è sicuramente legato alla sostenibilità ambientale, dato dalla completa eliminazione di concimi e diserbanti a base chimica.

A questo, si associa un miglioramento delle proprietà organolettiche delle coltivazioni, che presentano un livello di qualità altissimo.

Non ultimo, il risparmio legato a tutte le attività, i macchinari ed i materiali che, con questa tecnica, perdono di utilità.

Gli svantaggi

Il principale svantaggio di questa pratica è rappresentato da una ridotta rendita produttiva, che difficilmente si adatta con le esigenze di mercato delle aziende agricole. Infatti, seppur le coltivazioni guadagno molto in qualità, la resa dei campi coltivati è estremamente più bassa.

Il compromesso

Un ottimo compromesso è rappresentato dalla “agricoltura integrata”; con la sua applicazione il contributo dell’uomo aumenta, ma sempre in un’ottica di sostenibilità e rispetto dell’ambiente. È così che, ad esempio, seppur sia previsto l’utilizzo del concime e dei diserbanti questo sia applicato in basse quantità, evitando il più possibile l’inquinamento delle falde acquifere.

In questo modo si rende più sottile la distanza presente tra la completa sostenibilità dei processi di coltivazione e le esigenze produttive aziendali, permettendo a sempre più agricoltori di potersi sostentare nell’ottica del rispetto per l’ambiente.

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