Emergenza COVID-19 e informazione certificata: i rischi della mala informazione

La corsa all’informazione ha caratterizzato le ultime settimane di ognuno di noi. Chiusi in casa per intere giornate, la fame di conoscere il “nemico invisibile” come è stato definito il virus, le implicazioni per la nostra vita e per la nostra salute in ogni piccola sfaccettatura è diventata una vera e propria ossessione per molti.

Bombardati di numeri, articoli, commenti, post, spesso contenenti informazioni discordanti, date da figure all’apparenza eminenti, come capire quali voci seguire?

Questo apre le porte ad una considerazione culturale molto importante, ovvero come far convergere ad un unico linguaggio il linguaggio della scienza e quello della vita comune?

I ricercatori, siano essi medici o altre figure, sono abituati a lavorare con enorme senso critico, con valutazione e revisione costante del lavoro degli altri. La nostra medicina, che si è basata per decenni sul confronto di evidenze cliniche per mettere insieme esperienze di molti, poco si adatta alla cogente necessità di chiarezza, di una voce univoca e incontestabile.

La ricerca è dunque inutile, posto che non sa dare una risposta univoca e chiara per tutti a domande quotidiane?

Assolutamente no, la ricerca è per sua stessa natura fatta di discussione costante, di piccoli passi, intuizione, prove, verifiche ed aggiustamenti. Cosa è mancato quindi?

E’ mancata una figura che fosse in grado di trasmettere correttamente questo messaggio in regole concordi per la praticità della vita comune, figura che per sua natura non può essere un ricercatore, ma un “traduttore” che sappia interpretare il linguaggio scientifico attuale in un messaggio unico e chiaro.

Ma quindi la scienza non sa che pesci pigliare?

La scienza e la ricerca, come sempre, stanno facendo ipotesi e testando teorie con le regole solide che si è data, ovvero degli studi randomizzati. Questo significa che il tempo di reazione della scienza è quello lento di chi deve osservare minuziosamente ogni piccolo dettaglio, e mal si adatta alla necessità impellente. Ma si sta muovendo, per gli addetti ai lavori con una rapidità inaudita, supportata anche dallo smart-working e dalle attuali possibilità di scambio rapido di dati e opinioni, le stesse che, pur così preziose per gli addetti ai lavori, risultano così farraginose per altri. Per fare un esempio pratico, in una recente ricerca che abbiamo avuto necessità di fare per estrarre dati da PubMed (il repository più importante in materia di letteratura scientifica) alla parola chiave “Covid” corrispondono circa 9000 pubblicazioni tra Gennaio e fine Aprile, una cifra ben più elevata dei quella che avremmo in condizioni normali. Senza contare le quasi 3000 pubblicazioni su Medxriv/Bioxriv, giornali online sui quali vengono pubblicati in pre-print articoli che non sono ancora stati vagliati da peer-review, ovvero da revisione critica di almeno 3 ricercatori affermati, che ne valutino e validino la veridicità e il rigore scientifico, ma che vengono regolarmente citati da giornali e social media.

Come informarsi quindi?

Non resta che affidarsi ai canali istituzionali, diffidando dell’informazione mediata da talk-show, social network e titoli dei giornali, che con la scienza e la ricerca, anche quella della verità, hanno poco a che vedere.

Valentina Favalli
CTO – MyWay Genetics
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