Ambiente

Il crescente traffico degli E-waste verso l’Africa

Sconfinate discariche a cielo aperto destinate a immagazzinare, attraverso canali il più delle volte illegali, tonnellate di rifiuti elettronici provenienti in buona parte dai paesi occidentali. È la situazione in cui versano alcune aree del continente africano, le quali si stanno rapidamente trasformando nel cimitero mondiale dell’e-waste.

Il traffico, illegale, di rifiuti

Il traffico illecito di rifiuti verso l’Africa è, purtroppo, in costante crescita, complice soprattutto la possibilità concreta di abbattere notevolmente gli elevati costi legati al loro smaltimento. Pertanto, nell’indifferenza e nel silenzio generale, a pagarne le conseguenze maggiori sono, ancora una volta, i paesi in via di sviluppo. Senegal, Togo, Sierra Leone, ma anche Nigeria e Ghana, quest’ultimo in particolare l’esempio più rappresentativo. Soltanto nel suo territorio, infatti, fanno ingresso ogni anno almeno 40 mila tonnellate di RAEE – Rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche – gestite, spesso, in clandestinità. Nonostante venga considerato dalla popolazione locale un impiego a tutti gli effetti, l’eliminazione dei rifiuti, esclusivamente attraverso il metodo della combustione, finisce per avere ripercussioni estremamente dannose sia sull’ambiente che sulla salute dei lavoratori, perennemente esposti ai fumi tossici sprigionati dai roghi. Tumori, infezioni, malattie respiratorie, della pelle e cardiovascolari sono all’ordine del giorno.

Regolamentazione carente

In materia, non ha di certo raggiunto i risultati preventivati e sperati la Convenzione internazionale di Basilea, entrata ufficialmente in vigore nel 1992, e finalizzata in estrema sintesi alla regolamentazione dei movimenti transfrontalieri di rifiuti, specialmente di quelli pericolosi. La suddetta Convenzione, difatti, presenta un vizio di fondo che ne compromette l’applicazione e ne mina, in buona sostanza, l’efficacia. Il riferimento riguarda un’eccezione contenuta al suo interno e relativa ai rifiuti elettronici destinati specificatamente a essere riparati una volta raggiunta la meta finale. Classificandoli fittiziamente come riutilizzabili o, per l’appunto, come riparabili, si riesce di fatto a eludere i controlli messi in piedi nei principali porti occidentali, di per sé non particolarmente accurati, e a caricare in un secondo momento il materiale soggetto a smaltimento sulle migliaia di container in partenza ogni giorno in direzione del continente africano.

Come intervenire?

L’innovazione tecnologia unitamente a una forma di obsolescenza programmata – o percepita – comporta un aumento inevitabile della produzione e del consumo di apparecchiature elettroniche, con la conseguenza che, da qui al 2030, i RAEE potrebbero raggiungere le 74 milioni di tonnellate. Non il migliore degli scenari. Per questo e tanti altri motivi, la strada maestra da percorrere rimane essenzialmente quella di convogliare gli sforzi su attività di riciclo, da potenziare e sottoporre a rigida regolamentazione, o altresì nell’elettronica ricondizionata, la quale sta riscuotendo un forte interessamento tra la platea degli utilizzatori. Prestazioni equivalenti, prezzi decisamente più economici e coinvolgimento dell’opinione pubblica sulla questione ambientale, spingono verso questo nuovo mercato. Soluzioni innovative, quindi, da tenere in debita considerazione se si vuol evitare di trasformare l’Africa nella “pattumiera elettronica del mondo”.

Fonti:

Law Compliance Officer Auditor & Consultant

Korecon italia

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